La democrazia rappresentativa è in pericolo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo di Paola Cintoli, componente del Comitato di Azione Civile Democrazia Roma.

La democrazia rappresentativa è in pericolo: costituzionalisti e opposizione lanciano l’allarme sui rischi per la democrazia in seguito alle proposte del Governo in carica. La Camera, nel silenzio più assoluto dei media, ha approvato il 21 febbraio in prima lettura la proposta di legge costituzionale A.C. 1173 “Modifica all’articolo 71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare”, (deputati D’Uva del M5s ed altri), che prevede l’inserimento nell’ordinamento costituzionale del referendum propositivo, in modo da permettere ai cittadini di proporre attivamente l’introduzione di nuove leggi dello Stato, competenza finora riservata al Parlamento.

Il testo del ddl, modificato da alcuni emendamenti avanzati dalle opposizioni e dalla stessa relatrice, prevede che una proposta di legge di iniziativa popolare, dopo il vaglio preventivo della Corte costituzionale e supportata da almeno 500.000 firme, potrà essere presentata al Parlamento, che sarà tenuto ad esaminarla. Se le Camere non la approveranno entro diciotto mesi dalla sua presentazione sarà indetto un referendum per deliberarne l’approvazione. Nel caso in cui il Parlamento ne approvi un’altra o cambi il testo della proposta popolare, il comitato promotore della legge potrà scegliere se il nuovo testo comunque raggiunge gli obiettivi prefissati e le modifiche parlamentari sono meramente formali – e allora non si svolgerà il referendum – o se si vuole indire il referendum propositivo.

Il controllo preventivo da parte della Corte costituzionale

Nel controllo preventivo da parte della Corte costituzionale, il referendum non è ammissibile se la proposta non rispetta i principi e diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, nonché i vincoli europei e internazionali e gli obblighi dell’U.E., se riguarda leggi a maggioranza speciale come quelle di attuazione della Costituzione o se non prevede come far fronte a maggiori spese che con la sua approvazione verrebbero introdotte.

L’emendamento del Pd

Grazie a un emendamento del Pd a firma del deputato Stefano Ceccanti, la consultazione è valida se i sì superano il 25% degli avanti diritto, cioè 12,5 milioni di cittadini.

La stessa soglia viene adottata per il referendum abrogativo, in modo da uniformare i due istituti.

Le perplessità dei giuristi

Numerose sono state le perplessità tra i giuristi: per alcuni si corre il rischio di svuotare un Parlamento già troppo spesso scavalcato, – come accaduto in occasione della approvazione della legge di bilancio, non preceduta da alcuna discussione ed esame, – sovrapponendo e anche contrapponendo alla funzione parlamentare un indistinto popolo sovrano. La totale eliminazione di un quorum fisso per la validità della votazione referendaria potrebbe portare a un esito positivo del referendum anche in casi di partecipazione estremamente ridotta alla votazione sul solo presupposto di una prevalenza dei sì.

Inoltre, come è stato rilevato, la maggior parte degli aventi diritto al voto non ha le competenze per esprimersi su determinati temi e potrebbe decidere semplicemente in base all’istinto o alle indicazioni del suo partito, a condizionamenti frutto di campagne demagogiche, che creerebbero un clima politico da campagna elettorale continua.

Critico anche il punto che riguarda l’organo che dovrebbe giudicare se le modifiche del parlamento sono state solo formali e la proposta non può quindi essere sottoposta a referendum. Altro punto nel mirino di quasi tutti i costituzionalisti è l’assenza di precisi limiti per le materie oggetto di referendum, con il rischio che si possa intervenire su materie sensibili come fattispecie penali, disciplina fiscale e ambiti che investono i diritti delle minoranze. Da definire, inoltre, il numero massimo di proposte di legge che possono essere presentate con tale procedura nel corso di una legislatura.

Anche l’opposizione politica è fortemente critica.

I deputati del Pd ritengono che la proposta di legge C. 1173 alteri l’equilibrio tra poteri del sistema democratico delineato dalla Costituzione, ritenendo che la maggioranza stia perseguendo un progetto di dissoluzione del sistema della democrazia rappresentativa, a favore un’idea monolitica e demagogica di popolo. Inoltre ritengono non corretto ipotizzare l’importazione nel nostro ordinamento di modelli di democrazia diretta mutuati da esperienze straniere, ad esempio quella svizzera, – dove il popolo si pronuncia sui principi e non su testi di legge – in quanto si scontrerebbero con contesti, realtà e tradizioni completamente diversi.

L’assenza di precisi limiti per le materie oggetto di referendum

Riguardo all’assenza di precisi limiti per le materie oggetto di referendum, che è il cuore della riforma, secondo il Pd ci sono moltissime insidie soprattutto riguardo le scelte fondamentali stabilite con legge di bilancio» e le leggi di spesa «a carico della finanza pubblica», esplicitamente ammesse nel testo del M5s – purché siano indicate le coperture – di amnistia, di indulto e di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

Anche da parte di Forza Italia si denuncia una scelta politica populista, che costituisce un vero e proprio attacco frontale alla democrazia rappresentativa, ai principi costituzionali, e ai valori delle democrazie occidentali.

Le pulsioni populistiche nascoste

Sembra evidente come questo progetto di rafforzare la democrazia diretta nasconda pulsioni populistiche, nel senso che la “voce” di una pur piccola minoranza, in quanto reputata “vox populi”, può affermarsi in assenza di un quorum significativo, e produrre un confuso plebiscitarismo, gravido di conseguenze per le sorti della democrazia parlamentare rappresentativa, dimostratasi finora l’ordinamento dello Stato che ha consentito a un numero sempre più numeroso di governati di partecipare pacificamente alla scelta dei propri rappresentanti.

Sabino Cassese, giurista e giudice emerito della Corte Costituzionale, a proposito del ddl in oggetto ha parlato di un tradimento della democrazia, perché l’idea di introdurre referendum senza quorum si presta a manipolazioni della volontà popolare. In proposito ha citato Norberto Bobbio, il quale nel 1975 nel saggio Quali alternative alla democrazia rappresentativa affermava che il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità, è non meno minaccioso dello Stato totale. Notava, inoltre, che il referendum è «espediente straordinario per circostanze straordinarie» e che «nulla rischia di uccidere la democrazia più che un eccesso di democrazia».

Giovanni Maria Flick, giurista e Ministro di grazia e giustizia nel Governo Prodi, nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme: il ddl appena approvato alla Camera rischia di sostituire alla democrazia dell’assemblea, con tutti i suoi limiti e difetti, la democrazia della piattaforma, che ha ben più gravi limiti. Ha individuato nella proposta di legge la volontà diretta di un attacco al Parlamento e l’assegnazione di un potere enorme ai promotori, coloro che reggono i fili della piattaforma per condizionare i cittadini.

Nota della redazione: se volete contattare il Comitato Democrazia Roma o altri coordinatori per aderire alla rete dei comitati potete farlo grazie alla pagina di ricerca.