Democrazia diretta sì, meritocrazia no

C’è un giorno che potrebbe legittimamente cambiare il corso della storia. Un giorno che, nostro malgrado, rischieremo di ricordare per molto tempo. La strada è ancora lunga ma quella approvata alla Camera il 21 febbraio è la prima tappa di una riforma costituzionale destinata a modificare per sempre la rappresentanza governativa, a rettificare il potere legislativo ed esecutivo, i principi cardine di una repubblica parlamentare.

La legge che dà formalmente il via libera al referendum propositivo e al primato di minoranza è il primo passo verso quel tentativo di delegittimare il Parlamento a favore del popolo.

Sì, sempre il popolo. E che c’è di male a favorire le scelte del popolo, direte? Ne parliamo fra poco.

Entriamo nel dettaglio del provvedimento. In sostanza la riforma, che ora dovrà passare al Senato e poi essere nuovamente approvata in entrambi i rami del Parlamento, introduce il concetto di referendum proposto direttamente dai cittadini. Ovvero, da iniziativa popolare si potrà proporre al Parlamento un testo di legge, basteranno cinquecentomila firme. Se il Parlamento non esaminerà la proposta entro diciotto mesi si attiverà la procedura per il referendum propositivo. Tale referendum non avrà più bisogno di quorum partecipativo e la percentuale necessaria per l’approvazione dello stesso sarà solo del 25% degli aventi diritto al voto. E via, è legge!

Il popolo sarà sovrano come mai prima, sia che si tratti di medicina sperimentale, che di rapporto deficit/pil ma anche dello sblocco (o blocco?) degli investimenti per infrastrutture e ancora riguardo la scelta di aumentare o meno l’imposta di valore aggiunto o di valutare quali e quanti vaccini risulteranno obbligatori e tanto altro ancora. Basterà raccogliere le firme, attendere e portare a votare favorevolmente il 25% degli aventi diritto, e quindi la minoranza. Eh sì, la minoranza.

Già, si propone una riforma che permetta ad un gruppo elitario quanto minoritario di decidere per il popolo e al posto del popolo.

Quindi, democrazia diretta sì, meritocrazia no. Nel tentativo embrionale di superare la democrazia rappresentativa si permette a chiunque ne abbia determinazione e volontà di modificare lo stato di diritto del nostro paese. Ma c’è un tema più di tanti altri che emerge da questo primo tentativo di democrazia diretta a 5 stelle. Il concetto più che mai evocato ed espresso senza indugi dal Movimento: l’esaltazione de “l’uno vale uno”. Eppure noi cittadini, nella quotidianità non amiamo questo concetto primitivo. Siamo tutti uguali dinanzi alla legge e per ognuno devono presentarsi le stesse opportunità, tutto vero. Ma quando abbiamo bisogno di un immunologo per far vaccinare nostro figlio, cerchiamo il migliore. Uno non vale più uno. Quando dobbiamo ricostruire la nostra casa cerchiamo l’impresa migliore. Anche in tal caso uno non vale più uno. Quando scegliamo la donna o l’uomo da sposare, credo di poter confermare che anche in tal caso uno non vale – o non deve valere – uno. I sentimenti, il merito, la competenza, la scienza forse non sono istituzioni democratiche ma di certo influenzano la nostra vita in maniera sostanziale. E allora questa è una sfida soprattutto educativa. Siamo pronti ad annullare la meritocrazia a favore di scelte popolari che affrontano un qualsiasi tema che possa attrarre solo una porzione minima di popolo? C’è ancora molto tempo per pensarci, per preoccuparsi, per fermarsi, prima che sia troppo tardi.

 di Gianluca Pomo, coordinatore del Comitato di Azione Civile Vero Milano.

Nota della redazione: se volete contattare Gianluca o altri coordinatori per aderire alla rete dei comitati potete farlo grazie alla pagina di ricerca.